Tutti gli articoli di Andrea Botti

Effetto Pigmalione

Oggi voglio parlarti dell’effetto psicologico denominato “effetto Pigmalione”. Lo conosci?
È un po’ la profezia che si autoavvera.
Ma niente di magico! Infatti è stato dimostrato scientificamente da anni di ricerche.

L’effetto Pigmalione è noto anche con il nome di “effetto Rosenthal”.

È stato studiato e dimostrato nel contesto didattico.
In sostanza se un insegnante ha delle convinzioni di partenza a priori sulla bravura del proprio studente tale credenza influenzerà l’andamento scolastico dello studente.

Alla faccia del mantra “non avere pregiudizi”.

Se gli insegnanti pensano che un bambino sia poco dotato lo tratteranno come tale inconsciamente in modo differente rispetto agli altri.

In sostanza possiamo definire tale effetto così: i risultati di una persona vengono influenzati da chi la circonda.

E questo vale per ogni contesto di vita!

Insomma le aspettative proprie e altrui possono tradursi in realtà proprio grazie alla profezia che si autorealizza.

Non si tratta del pensiero positivo o della legge dell’attrazione ma dei risultati di uno dei più famosi studi psicologici di 50 anni fa condotto dallo sperimentatore Rosenthal.

Pensa che se un insegnante ha delle convinzioni propositive su uno studente scarsamente dotato egli arriverà ad avere risultati straordinari.

Pensa al potere di questo effetto psicologico e come possiamo toccarlo con mano in ogni area di vita: professionale, affettiva e via dicendo.

Questo vale anche in Psicoterapia!

Se il terapeuta ha delle convinzioni a priori sul paziente (non dovrebbe capitare poiché siamo formati apposta per metterle da parte) questo potrà di per sè avere un effetto enorme sui fattori predittivi dell’efficacia di un percorso.

Tutti siamo condizionati da questo effetto e quindi prendiamone atto e sfruttiamolo a nostro vantaggio!

Caffè della gioventù perduta

“Nel mezzo del cammin della vera vita, eravamo circondati da una malinconia oscura, che tante parole tristi e beffarde hanno espresso, nel caffè della gioventù perduta” (Guy Debord)

Citazione tratta dall’omonimo libro del Nobel per la letteratura Modiano.

Il caffè della gioventù perduta parla d’altro in realtà: di un bar e di tante persone che l’hanno frequentato. Di una figura che aveva l’obiettivo di annotare tutti i nomi di coloro i quali passavano a “Le Condè” a caccia di punti fermi a Parigi. L’attenzione si sposta poi su Louki una donna misteriosa descritta dagli occhi di 4 persone secondo 4 diversi punti di vista.

Perché questa premessa?

Perché oggi spesso ci sentiamo persi nell’assenza di riferimenti solidi. Questo genera un senso di vuoto e confusione su quanto proviamo e rispetto all’altro.

Citando Recalcati, banalizzando, non esiste “Io” senza “Altro”.
Infatti se ti chiedo di parlarmi di te tu mi parlerai d’altro (famiglia, amici, lavoro).

Siamo il continuo compromesso tra noi e l’altro.
Ma a volta qualcosa si blocca.
Vengono meno i punti fermi ed i riferimenti.
Lo sguardo anziché generare speranza e movimento prospettico si volge all’indietro e si tocca con mano la malinconia.

Tale malinconia è essa stessa la vita.
La vita è amore e perdita.
Nel caffè della gioventù perduta annotiamo i nomi dei passanti (De Andrè), di chi ci ha fatto compagnia solo per un istante e oggi non c’è più perché semplicemente ha preso un sentiero diverso dal nostro.

Questo apre alla dimensione del dolore ma è essenziale imparare a conviverci e passeggiarci a braccetto.

Perché la gioventù perduta può essere una maturità ritrovata: “ l’avere ancora da essere”.

Libido e Destrudo

Il termine latino “libido” o “desiderio” ha diverse accezioni in Psicanalisi: per Freud è quella spinta di energia vitale che rappresenta la pulsione sessuale che sarà investita verso se stessi o un oggetto esterno.

Ma perché te ne voglio parlare?

Vedi, ci sono momenti della vita in cui ci si butta più sul lavoro, altri dove investiamo maggiormente sulle relazioni e altri ancora dove disinvestiamo da tutto (Destrudo).

Vi ricordate la danza di Eros (vita) e Thanatos (morte)?
Ecco queste sono le fondamenta.

Se ci pensi ha senso. Usciamo per un momento dal piano simbolico: l’identità ha bisogno di nutrimento esperienziale, di progettualità.
Possiamo dare questo nutrimento partendo dal piano intimo, da quello professionale o ancora affettivo relazionale.

La libido si sposta e viene da noi investita in un’area o nell’altra in base a come ci sentiamo e dove c’è maggior movimento di vita.
Questo spostamento non sempre è intenzionale e spesso è inconscio.

Hai presente quando iperperformi sul lavoro?
O quando ti butti unicamente sulle relazioni fino a creare meccanismi di dipendenza?

Altre volte andiamo via da tutto: l’isolamento.
O ancora spostiamo l’investimento su oggetti meno faticosi e più facilmente accessibili come le sostanze (anche il cibo è una sostanza).

Insomma noi abbiamo bisogno di avere da essere e di trovare una bussola progettuale che ci orienti indipendentemente che realizzeremo o meno quel progetto.
Se proviamo ad agire direttamente potremo sublimare e dare una forma all’esperienza.
Se eviteremo il dolore la libido attuerà inconsciamente il suo spostamento e potremo incontrare anche modi emotivamente faticosi.

Il Kintsugi


L’arte del Kintsugi è un’antica tecnica giapponese che consiste nel restaurare oggetti in ceramica mettendo in evidenza le crepe con polvere d’oro.

Nell’imperfezione, secondo la saggezza giapponese, risiede un potere segreto, quello di rendere le cose e le persone uniche.
E’ una visione del mondo meravigliosa a mio avviso, soprattutto se pensiamo di applicarlo all’essere umano e alla sofferenza emotiva psicologica.

Se per ogni momento di difficoltà “cicatrizzassimo” quella ferita con dell’oro non cambierebbe la visione del dolore emotivo? Ogni volta saremmo più unici e preziosi senza dover essere a tutti i costi perfetti.

Questo ti porterebbe anche a focalizzarti sulla tua forza, sul tuo coraggio e il tuo valore anziché vedere soltanto la parte faticosa.

Certo, a parole è facile mi dici tu giusto?
E’ una questione di approccio mentale.

Ci sarà sempre una situazione insormontabile (apparentemente) ma ti assicuro che come tu ti poni di fronte a questa farà tantissimo sulla tua stabilità personale.
L’esperienza insegna, anche quando è dolorosa.

E se non ce la faccio?

Beh, per quello esistiamo noi psicologi.

Non ti risolveremo direttamente il problema ma ti accompagneremo per un pezzetto cercando di offrirti spunti di significato diversi, strumenti e risorse così che tu giunga ad un maggior livello di benessere in autonomia.

Ansia buona o Ansia cattiva?

L’ansia è un’emozione caratterizzata da sentimenti di minaccia, tensione, preoccupazione e allerta che ha anche dei correlati fisiologici come l’aumento della pressione sanguigna e quindi del battito cardiaco.


L’organismo assume uno stato di maggior controllo e vigilanza dell’ambiente circostante, infatti biologicamente l’ansia ha una funzione adattiva e cioè è un’emozione che vuole portare l’organismo che la vive ad un riposizionamento più o meno rapido di fronte ad uno stimolo apparentemente pericoloso.


Per esempio, se tu ti trovassi di fronte ad una tigre minacciosa, la paura e l’ansia vissute ti porterebbero a riposizionarti e quindi a reagire: con la fuga o rispondendo all’attacco (ecco forse con una tigre di fronte eviterei di combattere e me la darei a gambe).


La situazione oggi è molto cambiata dalla vita selvaggia di una volta. Ecco che l’ansia di fronte al pericolo si vivrà in aree diverse della vita: a livello affettivo, lavorativo, per un esame etc.
Un certo grado di ansia è utile per affrontare le situazioni nel modo più vigile e funzionale possibile. E’ quando questa diventa eccessiva che può trasformarsi da adattiva a disfunzionale.


In questi casi si potrà vivere una difficoltà nel ritmo del sonno, una marcata sensazione di irritabilità e nervosismo, un senso generalizzato di affaticamento e tensione fino a sperimentare veri e propri sintomi fisici come cefalee e dolori.


In questi casi parlarne con un professionista potrebbe darti una mano nella gestione dell’ansia.
Hai mai vissuto una situazione di intensa ansia?

Intelligenza Emotiva

L’intelligenza emotiva nella società contemporanea sembra essere una qualità molto rara, infatti secondo un team dell’Università’ di Yale in 8 persone su 10 essa viene sovrastimata.


L’esplorazione e la gestione efficace del proprio mondo emotivo sono diventate essenziali vista la mole di esperienze che viviamo ogni giorno. Pensate che l’intelligenza emotiva è diventata importantissima anche nel mondo lavorativo ed è quindi sviluppata nella persona con programmi, training e formazione a spese dell’azienda. 

Infatti una maggior abilità e competenza emotiva nelle relazioni sul lavoro implicano maggior benessere personale e, guardate un po’, maggiore produttività (sì, i paesi del Nord Europa come sempre ci sono arrivati prima).


Per sviluppare e rinforzare la tua intelligenza emotiva puoi esercitarti anche tu in autonomia tenendo un diario quotidiano sulle emozioni più significative che vivi di giorno in giorno e nel quale porrai l’attenzione su:

  • Autoconsapevolezza: che emozioni provi? cosa le ha provocate?
  • Autogestione: anche nelle emozioni faticose in un momento di stress prova a cogliere le emozioni positive. E’ importante anche l’assetto mentale e quindi essere orientati al problem solving o meno.
  • Riconoscimento ed empatia con le emozioni delle altre persone: oggi siamo così auto centrati che stiamo perdendo qualsivoglia capacità di lettura, ascolto e traduzione delle emozioni altrui.
  • Gestione delle relazioni: prova a risolvere i conflitti con le persone a te vicine e supportale motivandole.

Per essere delle persone più centrate, equilibrate, serene e capaci di stare con noi stesse e con gli altri è fondamentale migliorare la nostra intelligenza emotiva.

Potresti vedere risultati positivi in tutte le aree della tua vita! 

La dimensione del Lutto

Che cos’è il lutto? Un sentimento doloroso legato alla perdita di una persona che ha rappresentato, in un certo momento della propria vita personale, un legame affettivo significativo. Questa separazione non è dovuta necessariamente alla morte di quella persona e quindi il lutto si struttura nel dolore legato proprio all’esperienza del distacco e della perdita.

“Coloro che amiamo e che abbiamo perduto non sono più dove erano ma sono ovunque noi siamo” (Sant’Agostino).

E’ possibile vivere un lutto anche per la perdita di un lavoro o di uno status sociale? Assolutamente sì! L’esperienza del lutto è legata alla perdita di qualcuno o di una condizione e quindi può verificarsi anche dopo un licenziamento o la perdita improvvisa di un ruolo sociale e lavorativo legato ad esempio al fallimento di un’azienda o alla vendita di una casa con dei ricordi particolarmente affettivi.

Il senso di vuoto e di solitudine conseguenti alla perdita possono stravolgere significativamente l’equilibrio psichico di chi la vive e i ricordi di quella persona o della condizione perduta possono divenire insopportabili se non vi è un’adeguata elaborazione dei significati.

Nella tradizione ebraica la persona che è in lutto si fa uno strappo nell’abito prima o dopo il funerale della persona cara che è venuta meno. A livello simbolico il gesto è molto forte e significativo. Quando le persone in lutto tornano a casa dal funerale del proprio caro per sette giorni non possono fare bagno o doccia, non devono indossare gioielleria, gli uomini non si fanno la barba e spesso si utilizzano delle sedie molto basse per simbolizzare l’esperienza di essere prostrati dalla sofferenza per la perdita.

Durante questi sette giorni le persone vicine al defunto vanno a trovare e consolare i familiari. Questa fase si chiama “Shiva”.

Perché ho utilizzato l’esempio della cultura ebraica? Per porre l’accento sulla frenesia della nostra società. Pensate che lo “Shiva” ebraico dura sette giorni ed è una delle fasi iniziali del processo di elaborazione del lutto. L’intero processo arriva a durare più di un mese e nel caso della perdita di un genitore la durata del processo luttuoso arriva fino a dodici mesi.

Certamente vi sono delle differenze culturali importanti nella nostra Società. Eppure è importante afferrare il criterio della temporalità perché spesso nel mondo capitalista si arrivano a consumare le emozioni così rapidamente che sfuggono di mano e non vengono quindi colte ed elaborate, così da permettere alla persona di andare avanti con la sua vita, anche dopo il lutto di una persona cara. Il tempo in queste esperienze di perdita è fondamentale e le emozioni vanno vissute appieno dalla sofferenza fino all’accettazione della perdita.

Le fasi del lutto

Elencheremo ora le fasi salienti del processo di elaborazione del lutto così da giungere all’accettazione della perdita:

  1. negazione o rifiuto della perdita (tentativo di negare la realtà);
  2. rabbia (auto diretta o rivolta alle persone vicine o addirittura verso il defunto);
  3. negoziazione (tentativo di trovare risposte o soluzioni accettabili così da poter integrare l’accaduto nella propria identità);
  4. depressione (profondo dolore e tristezza per la comprensione che ciò che è successo è irreversibile);
  5. accettazione (si accetta l’accaduto e la perdita trovando pace interiore e la spinta ad andare avanti).

I tempi per contrattare l’accettazione variano da persona a persona e oscillano da 6 mesi fino a 2 anni.

Quando la persona resta intrappolata in una delle prime fasi ed il dolore è insopportabile il confronto con un professionista può creare movimento e rimettere in moto l’individuo.

Lutto e Covid

Abbiamo visto quello che è il processo di elaborazione del lutto nell’esperienza della perdita di una persona cara.

Vorremmo dedicare ora qualche riga alla situazione attuale di emergenza sanitaria che il nostro paese ed il mondo stanno vivendo a causa del Covid19.

Infatti le fasi del processo che portano la persona in lutto ad accettare la perdita subita trova molteplici ostacoli in questo momento storico, infatti, ahimè, moltissime persone stanno perdendo i propri cari colpiti dal virus e ciò fa sì che essi debbano morire in solitudine e senza la possibilità di dare un ultimo bacio, abbraccio o un’ultima carezza alle persone care.

Non poter dire addio ai propri cari rende ancora più difficile una situazione già naturalmente profondamente dolorosa e faticosa da vivere ed inoltre, già privati dell’ultimo saluto, i familiari del defunto devono anche temporeggiare rispetto al dare alla persona che è venuta meno una degna sepoltura e cerimonia funebre.

Sono tanti i matrimoni che stanno slittando a causa del virus, ma se questi racchiudono emozioni gioiose, sono altrettanti i funerali rimandati a data da destinarsi ed è qui che la sofferenza esplode in tutta la sua potenza.

Fortunatamente alcune strutture ospedaliere deputate al trattamento di pazienti Covid19 hanno assunto team di esperti Psicologi con l’obiettivo di dare un immediato supporto telefonico ai familiari delle vittime e, in alcuni casi, sono riuscite a sfruttare la tecnologia a proprio vantaggio dando la possibilità alla persona infetta di dare l’ultimo saluto in video chiamata con Tablet nella commozione generale del personale sanitario e delle famiglie.

Non potendo estendere questa possibilità a tutte le famiglie delle vittime diventa quindi essenziale che i familiari delle vittime riescano con l’adeguato supporto psicologico per via telematica a ritagliarsi un momento condiviso e un momento di solitudine dove iniziare a fare i conti con la perdita, con la sofferenza così da avviare il processo del lutto anche se questo si è scontrato con le problematiche di isolamento del virus. Un isolamento tanto semplice per noi in quarantena quanto difficile e doloroso per chi sta morendo solo e per chi sta perdendo l’amore isolato.

Ricordate i vostri cari che sono mancati in questa battaglia invisibile e sommersa nelle affollate corsie degli Ospedali con i modi che più vi appartengono: da una melodia suonata al pianoforte ad un albero piantato in giardino e con qualcosa che, simbolicamente, possa donare vita laddove la fiamma della speranza si è spenta in un silenzioso e solitario soffio di morte.