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Ansia

“Quelli della salute mentale: che confusione!”

  • Psicologo: è una persona che ha conseguito una laurea in Psicologia e che si è abilitato con il passaggio dell’Esame di Stato e con l’iscrizione all’Albo professionale. Come recita l’articolo 3 del codice deontologico degli psicologi: “ lo psicologo considera suo dovere accrescere le conoscenze sul comportamento umano ed utilizzarle per promuovere il benessere psicologico dell’individuo, del gruppo e della comunità. In ogni ambito professionale opera per migliorare la capacità delle persone di comprendere se stessi e gli altri e di comportarsi in maniera consapevole, congrua ed efficace”.

Egli non può prescrivere farmaci poiché non è un medico.

  • Psicoterapeuta: può essere sia uno psicologo sia un medico a seconda del tipo di laurea conseguita. Dopo la laurea in Psicologia o in Medicina ha dovuto frequentare e conseguire il diploma in una scuola di specializzazione in Psicoterapia. E’ un professionista che può intervenire nella cura di quelle manifestazioni psicologiche, emotive, comportamentali molto intense e che possono comportare una sintomatologia clinica significativa.

Lo psicoterapeuta non può somministrare farmaci (eccezion fatta per chi ha alle spalle un percorso di laurea in Medicina, ma anche in tal caso, sarebbe opportuno diversificare l’approccio farmacologico da quello psicoterapico).

I modelli teorici di riferimento della psicoterapia sono davvero moltissimi. Tra i più conosciuti troviamo l’orientamento psicanalitico, cognitivo, cognitivo comportamentale, costruttivista.

  • Psichiatra: è un laureato in Medicina con specializzazione in Psichiatria. Non è uno psicologo (salvo il conseguimento di una doppia laurea) e può somministrare farmaci.

Lo psichiatra può essere anche psicoterapeuta se segue la relativa scuola di specializzazione.

Anche se è molto difficile generalizzare, la differenza sostanziale tra Psicologo e Psichiatra, oltre alla gravità ed intensità della manifestazioni cliniche trattate, riguarda un intervento, quello dello Psichiatra, orientato maggiormente in una direzione organica farmacologica. E’ però fondamentale cogliere che l’approccio delle figure della salute mentale, nella Società di oggi, è integrato in un modello bio psico sociale con l’obiettivo quindi di essere interdisciplinare e ponderare ciò che è bio (nature) e ciò che è ambiente (norture).

  • Neurologo: medico specializzato in Neurologia. Egli si occupa delle malattie organiche del sistema nervoso.
  • Counseling e Coaching: condividono un denominatore comune e cioè quello di sostenere e sviluppare il processo di auto realizzazione dell’individuo attraverso l’instaurarsi di un rapporto tra professionista e cliente in base agli obiettivi che si vogliono raggiungere. Sono figure che utilizzano metodologie e strumenti dell’area psicologica e sarebbe preferibile fossero esercitate da un professionista Psicologo.

Pillola “La paura del giudizio”

A chi non è capitato almeno una volta nella vita di temere il giudizio di un’altra persona, sia essa un genitore, un amico, un partner, un collega o qualcun altro?

La pressione del giudizio degli altri può arrivare ad essere davvero intensa e farci sentire schiacciati e in gabbia quasi come fossimo incapaci di reagire.

Se ci pensiamo un attimo, la nostra Società, fin da quando ognuno di noi era bambino ci ha educato ed abituato ad essere valutati con l’obiettivo di raggiungere un grado di sufficienza sia specifico (ad esempio in una disciplina scolastica) sia generalizzato (in termini di adeguatezza o inadeguatezza).

Ma possiamo dare la colpa unicamente al sistema educativo? Certo che no, infatti oltre a quel tipo di dinamiche dobbiamo ricordarci anche di tutte le volte che ci siamo sentiti adeguati o meno di fronte alla mamma o al papà (chi ha avuto la fortuna di averli entrambi) ed inoltre dobbiamo fare i conti con la capacità che abbiamo avuto nel nostro passato di instaurare relazioni affettive soddisfacenti che ci hanno fatto sentire più o meno adeguati.

Ecco che l’insieme di tutti questi fattori ha contribuito al grado di sicurezza o insicurezza che oggi ci appartiene (che ci piaccia o no).

Di fatto, alla base della paura del giudizio degli altri troviamo un’altra paura, più profonda: quella del rifiuto e della solitudine.

Guidati da questa potente paura può capitare che possiamo essere più o meno autentici per assecondare l’altro ed evitare quindi l’esposizione ad un conflitto altrimenti spaventoso poiché potrebbe portare alla chiusura di quello specifico rapporto e portare quindi alla solitudine.

Ecco che molti di noi (oserei dire tutti con livelli di gravità diversi), indossano delle maschere, un esempio riguarda la costruzione dell’identità digitale che va a tendere all’ideale del falso sé allontanandosi in realtà dall’essenza identitaria di ognuno.

Come posso vincere la paura del giudizio degli altri? Gli esercizi che suggerisco, ben consapevole che non costituiranno una soluzione ma un tampone, riguardano  l’allenamento della propria spontaneità, rendere più flessibili i valori che utilizziamo per sentirci adeguati, differenziare tra una critica manipolatoria e una costruttiva che può farci invece crescere. Qualora il senso di dolore della condizione di esposizione al giudizio fosse ingestibile ecco che un percorso di psicoterapia diventa un’arma molto efficace.

relazione terapeutica

“La relazione terapeutica e la paura di crescere”

All’inizio di un percorso di psicoterapia una delle più grandi difficoltà e’ costituita dalla creazione di un rapporto di fiducia tra paziente e terapeuta e, prima di questo, dall’intensità della motivazione a richiedere l’aiuto di un professionista che non si conosce.

Inizialmente paziente e terapeuta sono due sconosciuti. Questo può rappresentare uno scoglio e spesso il paziente si domanda “perché dovrei raccontare la mia vita, le mie fatiche e i miei dolori a questo sconosciuto?”

Questo tema e’ un ostacolo iniziale e, già dopo pochi incontri, si entrerà in un clima connotato emotivamente da una tonalità delle emozioni più calda e confidente, pur nel rispetto della dovuta distanza professionale.

Ecco come l’iniziale ostacolo diverrà poco a poco un punto di forza e quindi quella distanza dal mondo del paziente  permetterà al terapeuta di compiere un’analisi più pulita del racconto della persona e al paziente di aprirsi con maggior spontaneità e naturalezza in un ambiente strutturato da un setting ad hoc e privo di qualunque forma di giudizio all’interno di uno spazio condiviso incontaminato.

Inoltre tutto ciò che paziente e terapeuta condivideranno sarà protetto dal segreto professionale.

Questo clima di “relazione o alleanza terapeutica” favorirà  la buona riuscita del percorso di psicoterapia. Quest’alleanza tra paziente e terapeuta altro non e’ che la condivisione reciproca della fiducia e di alcune regole di rispetto del setting e di buona educazione (impegnarsi in una reciproca puntualità, dare i giusti preavvisi in caso di spostamento della seduta, non sconfinare dal lavoro terapeutico).

Spesso, soprattutto all’inizio di un percorso terapeutico, capita che il paziente abbia l’erronea tendenza a considerare la figura del terapeuta come onnipotente e magica nel sostituirsi a lui nella ricerca di una soluzione ai suoi problemi, ma ovviamente non e’ così.

In altre situazioni il paziente ricerca nel terapeuta la conferma di appartenere ad una specifica etichetta diagnostica come se questa potesse descriverlo e coglierlo al meglio.

Nella realtà dei fatti e’ fondamentale che il paziente comprenda che la buona riuscita di una psicoterapia implica la sua partecipazione attiva in un clima di fiducia e collaborazione con il  terapeuta.

Uno dei blocchi più frequenti che le persone incontrano nella formulazione di una richiesta d’aiuto e di supporto emotivo e’ rappresentato proprio dal terrore di affrontare la propria autenticità e aprirsi al cambiamento.

Mi capita, alcune volte, che una persona fissi un primo incontro via web o via telefono e, pochi minuti prima dell’ora stabilita, essa scompaia nel nulla. 

Questo capita poiché ognuno ha i suoi tempi nella formulazione di una domanda d’aiuto e si sperimenta un certo grado di paura  quando si coglie che si sta per lavorare su temi faticosi e che spesso sono stati storicamente messi da parte. E’ quindi importante cercare di ascoltarsi e rispettare i propri tempi così da chiedere aiuto quando è maturata sufficientemente la necessità di supporto e la voglia di fare un lavoro attivo e responsabilizzante su di sé.

In certi casi la persona, mossa dalla paura, tenderà alla fuga, alcune volte senza mai essere arrivato nello studio del professionista. Ecco che per la riuscita di una buona psicoterapia e’ fondamentale formulare una richiesta d’aiuto autentica e toccare con mano almeno il primo colloquio, con la consapevolezza che il desiderio di fuga si traduce in un’intensa paura di scoprirsi e cambiare. Ma la piacevole sorpresa prende forma nel coraggio di affrontare quel pezzetto di dolore, che in natura ha una funzione adattiva, per crescere e riposizionarsi afferrando se stessi e un maggior grado di benessere e felicità.